mercoledì 29 agosto 2012

MR. ASAHI VIVE A BIELLA

Da Biella con furore. Passando per il Giappone.
Ci si conosce nella aule di chi finge, e anche male, di essere iscritto alla facoltà di Scienze della Comunicazione. Si passano anni a preparare esami che nella vita non avranno mai uno scopo davvero degno di tale nome. Il proprio tempo è diviso tra birre medie per pranzo e bigliettini fatti per aggirare quel nerd del professore di informatica. 

E dopo cinque anni ci si ritrova una blogger disoccupata e un artista alle porte di una mostra.

Tirare le somme dovrebbe essere semplice.

E così il nostro caro biellese ne sta mettendo in piedi una grossa. Mica una delle sue solite cazzate. Dopo sporadiche collaborazioni al fine di rilanciare il livello culturale di questo blog, dai suoi opinabili consigli musicali alle sue bizzarre consulenze in fatto di stile, ora tocca elogiarlo per davvero. Dopo Flickr, la sua Nippon Collection approda in formato tridimensionale e reale.

Sì, perche Mr. Asahi, aka Matteo Bernardini, inaugurerà la propria esposizione di stampe giapponesi, "Nippon Collection" appunto, venerdì 21 settembre alle 18 a Villa Cernigliano, Serra dei Leoni (via Clemente Vercellone 4, Sordevolo, BI). La mostra poi continuerà per un mese. Fino al 28 ottobre.
La collezione ha un che di ardito, diciamo che tirarsela è sempre la prima cosa. E a volte, pure a ragione. Le immagini sono di fine Ottocento, per la maggior parte del fotografo Beato Felice: è stato lui il genio a pensare di colorarle. Anvedi Beato. Il Bernardini le fotomonta. Atmosfera misteriosa e antica, uso dell'acquerello e tecnica digitale sospendono le immagini in una dimensione onirica, tipica di quelle serata universitarie a cui il Bernardini era particolarmente avvezzo. 

"Nel 2007 ho intrapreso un breve viaggio in Giappone - racconta l'artista - Ho visitato la parte più rurale e interna, la città di Kiryu, dove ho potuto assaporare la cultura e il fascino del Giappone più puro e incontaminato e dove, in uno dei luoghi visitati, sono entrato in contatto per la prima volta con le fotografie di Beato Felice, che in Giappone è molto apprezzato e ammirato. Successivamente mi sono spostato a Tokyo, dove ho potuto apprezzare anche laltra faccia della medaglia, la metropoli dai ritmi forsennati che sembra non lasciarti il tempo nemmeno per respirare. Negli anni, il ricordo del viaggio è rimasto vivo al punto che volevo trovare un modo per onorare e rendere reale il sentimento di ammirazione che era nato in me. Ho così collegato idealmente Italia e Giappone nel modo che mi era stato suggerito dal Giappone stesso: con le fotografie di Beato Felice. Il processo, iniziato verso la metà del 2011, mi ha portato ad oggi ad avere venti opere, che verranno esposte alla Serra dei Leoni di Sordevolo". Dichiarazioni professionali.


Non dovevo copiare all'esame di informatica.


lunedì 20 agosto 2012

BOBBE', TRA PRINCIPI E REGINE




Metà donna, metà uomo. O meglio, metà trucco, metà senza trucco.

   

Sì, perché le Half Drag del caro Leland Bobbé, fotografo di New York, non sono semplicisticamente la separazione tra maschio e femmina. Probabilmente c’è un “oltre”. Non è qualcosa di biologico. Non è femmina. Non è maschio. Un po’ come Balto non era né cane né lupo.
Forse è questa la sessualità di oggi. Forse.

Si poteva lasciare intentata un’intervista?

Come nascono le tue idee? Come nasce una tua fotografia?
Le mie idee nascono da posti differenti. Il mio progetto Neo Burlesque è stato ispirato del NY Times che ho letto. L’idea del mio progetto Half Drag mi è venuta dopo aver incontrato una drag queen ad una festa. Gli altri progetti, come la fotografia di strada, mi sorgono alla mente solo vedendo qualcosa che suscita il mio interesse.

Com’è nato il progetto “Half Drag”?
Ho prima scattato una serie di ritratti di artisti di Neo Burlesque, la quale è stata esposta al Museo del sesso qui a New York per tre mesi nella primavera dello scorso anno. Poi ho visto lo scatto di un artista maschile di burlesque su Facebook, vestito metà uomo e metà donna, e gli ho chiesto di venire presso il mio studio per un ritratto. Il risultato era ottimo. In seguito ho incontrato una drag queen ad un party e ho pensato sarebbe stato fantastico farle un ritratto usando lo stesso concetto. Così è cominciato tutto.

Una delle tue collezioni che preferisco è NeoBurlesque: racconta. È un bellissimo progetto con bellissimi scatti.
Grazie. Ho scattato tutti quei ritratto più di due anni fa. A New York il Neo Burlesque è molto popolare ed orientato alla art performance: ho trovato gli artisti soggetti molto interessanti.

Qual è il tuo progetto fotografico preferito? Cosa prendi dalle tue fotografie?
È difficile per me dire quale sia il mio progetto preferito. Tutti esprimono qualcosa di diverso e tutti sono stati motivo di divertimento e sfida. Dirò che Half Drag sembra essere il progetto più popolare: nell’ultimo mese è stato mostrato da più di cento blog, siti e riviste online in tutto il mondo. E le richieste continuano ad arrivare.

Dio salvi i fotografi. E i blogger.


venerdì 20 luglio 2012

HAPPY LOLLIPOP DAY

Oggi è la giornata nazionale dei leccalecca. 
Il tossico social network, per cui dobbiamo ringraziare il caro Mark, non ha tardato a diffondere l'informazione. 
Today is National Lollipop Day. Happy National Lollilop Day. Good Lollipop.

Sì, il 20 giugno è stato eletto come giorno dedicato ai leccalecca. Perchè? Ma chi l'ha deciso? E quando, poi? A che pro? Ma d'altronde tutte queste domande sono inutili quando si ha a che fare con gli americani, inventori di ricorrenze quantomeno bizzarre
Per il National Lollipop Day promozioni, ricette (da non sottovalutare la ricetta della radice alla birra), sconti, personaggi improbabili (come la ex Playboy-girl Holly che fa i suoi auguri, che al capitolo leccalecca ne deve aver collezionati tanti e c'ha costruito una carriera).
Mille forme, mille colori, mille sapori. Il leccalecca era il dolce preferito di tutti, prima che avessero significato i doppisensi e diventasse troppo volgare mangiarlo per strada. 
Dovrebbe essere chiaro da dove prendere il nome, almeno quello. Pur non si sappia da dove arrivi la ricetta, il responsabile di tutte le allusioni sessuali di cui sono state vittime le ragazzine tra i quattordici e i sedici anni (per qualche generazione lo spazio temporale potrebbe essere diverso, molto diverso) è il signor George Smith. 
L'americano George, agli inizi del secolo scorso, era proprietario di un negozio di dolciumi  e pensava che avrebbe gasato non poco chiamare una particolare caramella "lollipop", come il suo cavallo da corsa preferito "Lolly Pop".

Tutto questo non fa che aumentare quell'irresistibile voglia di cadere nel volgare e nel trash con battute di quart'ordine che farebbero impallidire anche il peggior cabarettista.

Bè, buona giornata nazionale dei leccalecca. Si può dire, no?

mercoledì 18 luglio 2012

L'UOMO CHE DISEGNA LE DONNE


She. Lei. Sì, ok.Ma non è Lei, è una lei, con la lettera minuscola. Una lei, tutte le lei. Acuta, disinvolta, pungente. Una da presentare agli amici. Dicono. Ed è solo un disegno, solo carta e matita, quella di Lorenzo Calza. L'uomo che disegna la donna. Le donne.



Prima di tutto, chi sei?
Un quarantenne, padre di famiglia. Poi, scrivo, disegno e cittadino (mi piace pensarlo come un verbo). Spesso mi si trova in edicola come sceneggiatore di "Julia", la criminologa edita da Sergio Bonelli Editore. Volendo, si recupera un mio romanzo intitolato “La commedia è finita”. In rete sono più conosciuto come vignettista, a firma “elle©i”.

Ora racconta una storia. Chi e cos’è She? È sempre di spalle, non ha un volto? Ti sei ispirato a qualcuno?
No, a tutte. Nasce in un momento in cui nessuno parlava della questione femminile in Italia, e lei si è messa a questionare. Ma l’ha presa da una certa angolazione, non diretta, non di petto. Forse per questo è sempre di spalle. Oltre al necessario pudore che è sorto nell’autore, per non rappresentare la nudità in modo banale ma quasi metafisico. Ecco, per questo She mostra metà fisico.


Perché She? Chi ha bisogno di lei? E lei di cosa ha bisogno?
Potrei dire che lei ha bisogno di chi ha bisogno di lei. Ma poi mi scapperebbe da ridere. Forse non è questione di bisogni, ma di necessità, urgenza di esprimersi. Espressione pura, senza fronzoli. In realtà nella vignetta She non ha mai nessuno intorno, né oggetti. Niente. Solo lei, nuda e la parola. Credo che piaccia per questo.

Avrebbe senso un He oppure no?
She è il massimo della vita, la possibilità di spersonalizzarsi all’estremo, fino a trasformarsi non in qualcun altro, ma in qualcun'altra. E il tutto nella sintesi che sprigiona sensi. Una sfida quasi impossibile, secondo me così non ci era mai arrivato nessun vignettista maschio. Per chi fa il mio lavoro è l’obbiettivo più alto possibile. Mi sento un astronauta abbastanza incompreso.

Tu, una matita da disegno, un foglio bianco e..
Il mondo. Io la vivo davvero così. Sono un mondialista totale, che si trova a rappresentare quel pezzo sensato e plausibile della totalità che chi mi sta a fianco possa cogliere. Mi piacerebbe poter fissare ogni respiro dei miei figli, invidio Carl Larsson che ci riuscì. Ma preferisco lasciarli liberi di respirare la loro vita.

Cosa o chi ti piacerebbe disegnare, ma non sei ancora riuscito a farlo?
Mi piacerebbe raccontare un paese diverso, che torni a rappresentarsi e a capirsi attraverso la cultura, anche la più popolare. Invece di questa striscia di terra perduta, in un mare di ovvietà e fascismo da operetta.


Insomma, She è il massimo della vita. Come tutte le donne. O quasi. 
E questo lo dico io.


martedì 10 luglio 2012

ORDINARIA VITA LILLIPUZIANA


Genio e cibo. Follia e cibo. Fotografia e cibo.

Questi sono i Mondi Commestibili, Edible Worlds, di Christopher Boffoli. Un caro artista di Seattle pure simpatico, mica spocchioso come tutti quelli che se la menano perché sono riusciti a mettere a fuoco l’originalità di una bella foglia dentro una pozzanghera (senza nulla togliere né alla foglia né alla pozzanghera eh).
Cibo a grandezza macroscopica, che crea un mondo dove persone a grandezza microscopica vivono storie.

E che si fa? Non lo si va a cercare per fargli qualche stupida domanda? Sì.

Com’è nata l'idea della collezione Big Appetites nella tua testa?
La genesi della mia serie di fotografie nasce da quando ero bambino. C'erano così tanti film e show televisivi che sfruttavano sia il potenziale drammatico e la commedia di una giustapposizione di diverse scale: le persone piccole in un mondo di dimensioni normali (nda, anch’io ho visto “Tesoro mi si son ristretti i ragazzi” ma non ho avuto quest’idea geniale). È un tema culturale sorprendentemente comune che risale fino ai Viaggi di Gulliver di Jonathan Swift nel XXVIII secolo e forse anche prima. E poi, i bambini per primi vivono in un mondo adulto per loro fuori scala.


Quando ho cominciato a scattare alcune delle primissime immagini di questa serie, intorno al 2003-04, scegliere il cibo come componente è stata una scelta consapevole: il cibo è bello per consistenza e colore, lo è ancora di più con le luci giuste. Poi la combinazione tra cibo e giocattolini rende il concetto accessbile a tutti. Indipendentemente dallo stato di lingua, cultura e sociale, quasi tutti possono identificarsi con i giocattoli della loro infanzia. E se si mangia con la forchetta, bacchette o le mani, tutti capiscono cibo. Sedersi a tavola ci fa sentire più umani.



Christopher ci tiene che vengano dati i riferimenti delle sue mostre in corso. È forte il timore che il target sia sbagliato. A Londra le fotografie sono in mostra ed in vendita presso il negozio Liberty, filiale di Regent Street, grazie ad un accordo con la galleria FlaereA New York fino al 24 agosto l’esposizione alla Winston Wachter Fine Arts, 530 Street West 25, Chelsea. 

Comunque sì, le foto sono piccole apposta. Non è mancanza di senso praticoestetico. Costretti ad andare sul sito, no?


giovedì 9 febbraio 2012

LA SINDROME DEL PESCE ROSSO


I giapponesi. Sono sempre i giapponesi a fare queste cose. Però, la maggior parte delle volte a loro riesce "tutto". L'ultimo personaggio portato alla ribalta è il signor Riusuke Fukahori (il link risulterà pressochè inutile senza una consistente conoscenza di ideogrammi vari).

Lui è un artista giapponese.

I giapponesi non resistono al fascino dei pesci rossi.
Nemmeno lui poteva rimanere indifferente di fronte a quelle guizzanti pinnette.

E quale tributo migliore a questi animali acquatici se non opere in 3D? Sì, ok, però realizzate in 2D (fino a prova contraria anche i giapponesi sono ancora essere umani). Ok, da capo: Riusuke prende superfici in due dimensioni, dipinge, cola una strato di resina, poi dipinge di nuovo, giù di nuovo resina e via così.
Impressionante.

E poi come si fa a non pensare al sushi?? Da vedere.


mercoledì 18 gennaio 2012

ROSSETTO E PERSEVERANZA

Body art, nail art, LIP ART. Ora praticamente qualunque cosa può diventare "art". Prendi quello che ti riesce meglio (o meno peggio), ci attacchi "art" e diventi un fenomeno. Con più o meno merito.
Mettendo da parte la personalità anti-gaina, ecco l'ultima stella del web: Paige Thompson. Cercando forse di emulare le prodezze di Clio make-up (anche se probabilmente nemmeno sa chi è) che da povera nerd postatrice di tutorial cosmetici su youtube ora avrà un programma televisivo, la cara Paige ha una "leggera" vena maniacale.
Poteva sfuggire ad un'intervista? No. Ma certo avrebbe potuto rifiutarsi di rispondere.
"Ho scoperto il mio interesse per la lip-art (ma non suona male come parola??) nell'estate 2008 (pronti, posti, via!). Ho cominciato a provare la pittura per il viso e dopo aver visto su Deviantart il lavoro di altre persone che usavano il volto come una tela, ho deciso di provare pure io". Imitazione e spirito di competizione: ci sarà un motivo se ci siamo evoluti.
Il primo progetto della sua animal-lipstick-art è stato un calabrone. Poi il gatto nero, la volpe e tutti gli animali della fattoria.


Per chi volesse provare le istruzioni per l'uso: "Io uso Kroylan (ma esiste in Europa?). La loro pittura per il viso non è troppo pastosa nè troppo acquosa. Bisogna solamente bagnare la punta del pennello e applicare il colore desiderato sulle labbra (l'inizio di un film porno)". Il gioco è fatto.



"Sono sempre stata l'unica modella di me stessa. L'unico problema è che più parlo o più mangio, più velocemente il colore si stacca dalle labbra". Zitta e anoressica, una missione.


Ed eccola qui: una ventiduenne texana all'ultimo semestre della North Texas University, appassionata di disegno. Da grande vorrebbe diventare concept artist per giochi o film, ma intanto si gode la popolarità. "Un consiglio per gli aspiranti artisti là fuori: se avete un'idea, seguitela. La perseveranza porta lontano".

Il potere di un paio di labbra.



mercoledì 14 dicembre 2011

"STICAZZI E STILIVIDI" [cit]


Dopo i preservativi targati Louis Vuitton e Burberry, i vibratori di Hello Kitty e le manette di Cesare Paciotti, Diesel stupisce tutti e con un colpo - non si dovrebbe usare questa parola in questo caso, ma purtroppo è così - ha scansato tutti. E vince.
Rullo di tamburi.
Ed un caloroso applauso al marchio italiano per le sue Blowjob Kneepads.

Niente bigottismo né perbenisismo, solo complimenti per la genialità Diesel: comode ginocchiere, lanciate dal marchio per consentire a donne e uomini di fare sesso orale senza farsi male alle ginocchia. Mica un'invenzione da niente. Basta cuscini, basta lividi, spazio alle ginocchiere.
Purtroppo il meraviglio strumento di piacere e comodità è in vendita solo in India (dove peraltro la pratica orale è considerata fuori legge): Diesel offre gratuitamente ai clienti che spendano più di 150 dollari questo piccolo omaggio. Oltre a fare la cresta sulle spedizioni, potrà tornare utile svezzare le/gli giovani indiane/i.

Ovviamente non sono niente di nuovo, non è che Diesel ha inventato le ginocchiere del secolo: sono ginocchiere qualunque, come quelle che si usavano per andare sui pattini o per qualunque altro sport. "Vien quasi da pensare che l’oggetto in questione richiami esclusivamente il marchio e non il vero e proprio uso in sé, ossia l’accortezza di proteggere le ginocchia durante l’esecuzione dell’atto sessuale". Ma no.

Dicono che quello che colpisce sia il packaging. La confezione all'esterno è molto anni Cinquanta: slogan come "knee caps for better head", cioè "protezione delle ginocchia per una testa migliore" (la regia informa che "head" ha come significato anche "fellatio senza mani": l'interpretazione dello slogan vien da sè) e "buy one and get one pearl necklace free", "paghi uno e prendi una collana di perle gratis". In una parola, pay-off molto efficaci. Per non parlare della stampa interna: l'efficacia fatta ad immagine. Dicono stupisca il ritratto di una donna a bocca aperta. Cosa ci sarà poi da stupirsi?

mercoledì 7 dicembre 2011

REVENGE, IL TELEFILM NON PERDONA

Alexandre Dumas, Quentin Tarantino, un pizzico di Gossip Girl e chi più ne ha più ne metta. Il tutto ambientato negli Hampton. Auguri.


Emily Thorne, prima nota come Amanda Clarke, è bella, bionda e disposta a qualunque cosa pur di riuscire ad ottenere una spettacolare quanto crudele vendetta nei confronti di chi ha rovinato suo padre ed il loro idillio: "Lo sai quanto ti voglio bene, Amanda?" - "All'infinito?" - "Bè, all'infinito moltiplicato per infinito". A chi non verrebbero dei traumi? Al limite del complesso di Elettra.
Ecco allora la Sposa tarantiniana diventare la Figlia. L'Edmond Dantes dumasiano farsi i boccoli.

Dal pilot intuiamo che il piano della emo Amanda (appena uscita da quello che sembra un riformatorio, lo è) prende forma quando lei aveva diciotto anni: l'amato genitore morto, una fortuna in eredità, un alleato che sembra uno degli Oasis e una scatola. Le scatole non contengono mai nulla di buono ed infatti raccoglie tutte le magagne sul complotto che le ha incastrato il padre e l'identità di tutti quelli che hanno distrutto la loro vita. E chi ha rovinato la vita ad una bambina che ama le stelle marine e al suo papà con le méche? La cricca di cattivoni newyorchesi, che ruota intorno all'ape regina, Victoria Grayson.
La premessa è buona, il pilot coinvolgente. Non c'è niente di nuovo però eh: luoghi di villeggiatura come gli Hampton, fin dai tempi di Agatha Christie con "Delitto al sole", hanno avuto quel potenziale da luogo di violenza e perdizione. Per non parlare della componente Peyton Place, una piccola comunità appartata ed isolata, dove vige la monarchia assoluta della più botoxata Madeleine Stowe degli ultimi tempi.

Ma la serie ABC firmata Mike Kelley racconta un complicato ed esaltante bel piano di vendetta di quelli dai quali non ti puoi staccare perchè tanto tutti centrano con tutti. Ma qualche errore di sceneggiatura l'abbiamo fatto.
I monologhi in voice over? No. Erano bastati quelli di Grey's Anatomy a far la morale sulla vita e sulla piccolezza di noi umani, e ora arriva la Emily Thorne della situazione a ripetere nella sola puntata pilota "revenge" e "forgiveness" una quantità tale di volte che vien da dire HOCCCAPITO.
Le riprese sgranate dei momenti con il padre (e la relativa soundtrack)? No.

Ma fortuna che poi arrivano tutti quei cliché di personaggi che danno subito quella sensazione di essere a casa, come a guardare un telefilm da adolescenti: il marito infedele che frequenta biblicamente la migliore amica dell'ape regina è un affronto enorme pagato con l'ostracizzazione della povera, una giovinetta modaiola che indossa bikini da esplorazione rettale e un figlio maggiore bello e spavaldo che conquista tutti con quella mossa zoolanderiana di togliersi gli occhiali da sole, il giovane proletario che mette gli occhi sulla giovinetta modaiola di prima, l'organizzatrice di eventi ex-escort di "Il diario segreto di una squillo perbene", e un nugolo di Mean Girls.

Tutto questo appoggiato su fondali infiniti, al limite di un film in costume, insieme a questi primi piani intensi ed ammiccanti tipici di un piano di vendetta. Qui è lo spettatore che sa più dei personaggi stessi: è il tantosochemuori contro il nonsocosastasuccedendo.
E la chicca iniziale di Jack che uccide Daniel alla sua festa di fidanzamento con Emily, mentre Nolan le strizza l'occhietto è davvero un amore.
Tutto andrà per il meglio.

mercoledì 30 novembre 2011

SCUSA (SESSO) MA TI CHIAMO AMORE

Orge. «Posso andare a guardare, per interesse antropologico, per i ritratti umani». Da ragazza esperta a scrittrice, da cartomante televisiva ad antropologa. Il viaggio è stato lungo per la nostra Melissa P (anarello per intero) che ora si cimenta con la saggistica: “In Italia si chiama amore” è la sua ultima fatica. Come cresce la nostra bambina.

Non le è mai stato stretto questo parlare sempre della stessa cosa?
Ho fatto anche altro. E poi è come chiedere a Lucarelli se non è stanco di parlare sempre di crimini.
Magari è stanco.
Io penso che invece gli interessi, come a me interessa il sesso.
dall’intervista di Silvia Nucini a Melissa P. su Vanity Fair n.47
  
Il nuovo libro (con lo stesso titolo dell’inchiesta tv di Virgilio Sabel del 1963), edito da Bompiani, dipinge in 111 pagine il ritratto dell’Italia di oggi, vista attraverso il filtro del sesso. E a quanto pare quello che si vede non è che sia un bellissimo spettacolo. Ma proprio per niente.
Una sorta di excursus nella sessualità nostrana alla ricerca di grandi scoperte. La nostra studiosa dovrebbe essere una delle ultime a cui manca ancora qualcosa da scoprire, ma vabbbè... la sete di conoscenza non ha limiti. Ogni personaggio rasenta il grottesco, l’eterna altalena/cliché tra la ragazza che sogna la ricchezza e per averla si vende e il potente che con i soldi si compra il piacere. Le scoperte antropologiche eh.

Milo Manara, vero e indiscusso maestro della trasgressione, in un’intervista rilasciata a Francesco Caldarola diceva: «
La mia contestazione parte proprio dal messaggio che si evince da questi fatti (il Bunga bunga, nda), e cioè che a venire prima di tutto è il denaro. Queste ragazze vengono assolte anche dall’opinione pubblica, assolte dalle regole del mercato. Non viene più giudicato l’aspetto morale, né quello erotico, ma solo quello mercantile. Nei miei disegni il desiderio è una delle componenti più importanti. L’altra è la trasgressione al comune senso del pudore. Ma oggi è molto difficile suscitare pubblico scandalo». Quando ha iniziato a disegnare, il maestro, alla fine degli anni Sessanta sì che l’eros (molto più politicamente corretto del volgare sesso) era eversivo, provocatorio, liberatorio. Ah, caro Milo, non torneranno quei bei tempi, in cui una tetta nuda o un accenno di chiappa potevano davvero far venire uno s’ciopone. O altro.

«Il nostro è il paese degli esibizionisti – spiega la ventiseienne sessuologa P. – che rispondono alla richiesta di un popolo di guardoni. È il paese in cui, ancora oggi, a pronunciare la parola “sesso” fa scappare la risatina da bambini. Nonostante l’ostentazione pornografica a cui dagli anni Ottanta in poi siamo stati abituati, in Italia regna un pudore sconsiderato. E non vengano fraintesi comportamenti e costumi odierni, più libertini di quelli di ieri: una minigonna inguinale può rivelarsi una maschera tanto quanto una gonna sotto il ginocchio. Un tempo, almeno, l’ipocrisia aveva una veste adeguata. Oggi, invece, è un’ipocrisia travestita da libertà».

Andando oltre gli stereotipi, c’è qualcosa di romantico e poetico in tutto questo. D’altronde come nelle orge, dice la nostra Meli dai cento colpi.
Che poi tutti scambiano la sua pudicizia, per freddezza. Povera.



giovedì 24 novembre 2011

AMERICAN HORROR STORY: MAI FIDARSI DEI VICINI

«Ve ne pentirete. Ve ne pentirete. Ve ne pentirete». E il pentimento non ha tardato ad arrivare.
American Horror Story è davvero uno strepitoso mix tra i classiconi dell’horror e le vie della psiche umana. Bello ed affascinante, fa decisamente decisamente paura. Anche troppa.


Si parte dal solito cliché: due gemelli (un grazie a Shining) muoiono nella casa infestata e trent’anni dopo lì dentro ci va a vivere la famiglia con più traumi del mondo. Già brividi. E intanto si dipana la storia di questa famiglia, gli Harmon poveretti, che a quanto pare ne ha una nuova ogni giorno. Ben (psichiatra mica tanto regolare), Vivien (ex-violoncellista fissata con il bio e traumatizzata dalla vita) e la figlia Violet (una emo sociopatica), senza contare il fantasma del figlio abortito – cinismo a parte, uno ci passa anche sopra – arrivano a Los Angeles, dopo essere scappati da Boston per dimenticare il passato. Il passato si chiama Aborto e Tradimentodiquellostronzodelmaritochepersuperareiltraumadellaperditadelfigliosièscopatounasuastudentessa.
Da qui tutto diventa allucinante ed allucinato.

Il vicinato è a dir poco improbabile. Costance – quel gran pezzo di Jessica Lange – è la sciantosissima vicina di casa, non poco inquietante: ex attricetta, ha mollato tutto quando è arrivata la “mongoloide”. La suddetta è Adelaide, la figlia down di Constance, quella che ha cercato di avvertire i gemelli che per loro quel giorno sarebbe finita male («Morirete lì dentro»), e invece…
Intorno altri due o tre personaggi, ma non meno da brivido. C’è Tate, un giovane paziente di Ben, con l’ossessione del sangue, che diventerà la coscienza cattiva di Violet (che fine fa quella povera compagna di scuola), ma che ringraziamo per l’omaggio a Rick Genest. Poi salta fuori la storica governante di casa, Moira, quella che tutti vedono come una vecchia con un occhio di vetro, ma che agli occhi di Ben è una topa assurda che fa zozzerie nelle stanze vuote. Ed infine, giusto prima che il primo episodio finisca fa la sua comparsa Larry, il Due facce della situazione, rimasto sfigurato nell’incendio in cui ha ucciso la moglie e le due figlie: però le ha uccise perché glielo dicevano le voci nè.

La serie si muove bene tra l’horror (grandi citazioni di Shining e Psycho e storici cliché come il sottoscala, la casa infestata e roba varia) e lo psicologico (Ben che va sonnambulo a cercare sempre il fuoco mette ansia, soprattutto dopo che Larry caro in quella casa ha ucciso la famiglia bruciandola). In mezzo a tutto questo una vera ossessione per il corpo umano. E per il sesso, com’è giusto che sia (solo Vivien poteva trovare un fantasma pervertito che se la scopa con addosso una tuta di pelle sadomaso).

Pare ci siano tutti i presupposti perché questa serie diventi un fenomeno. Sempre se prima della fine dei tredici episodi a qualcuno non prenda un crìc dallo stremìssi. Per sicurezza, guardare qualcos’altro.


giovedì 3 novembre 2011

VIDOCQ E' SHERLOCK HOLMES

Sempre odiati i film francesi. Sempre. Sarà che sono ignorante, sarà l'accento fastidioso, sarà la puzza sotto il naso, ma l’odio è sempre stato così, naturale.
Finchè arriva un film del 2001 a far cambiare idea. Vidocq.

Prima di tutto: una trama semplice – apparentemente – che funziona sempre.
Parigi, 1830. "Vidocq è morto". E già il film comincia bene: muore il protagonista, olè. L'investigatore Vidocq muore cercando di risolvere una serie di misteriosi omicidi; il suo socio Nimier riceve la visita del biografo ufficiale di Vidocq, uno sbarbatello di nome Etiénne, deciso a risolvere il caso per vendicare l'investigatore, e scrivere l'ultimo capitolo del suo libro. E da qui comincia tutto l’ambaradan.

Pitof, alla sua prima regia, dà una buona prova di sé. Trasporta sullo schermo la novella di Jean Christophe Grangè in una maniera irresistibile. Avanti e indietro, avanti e indietro tra presente e flashback tutti i vari flashback. Ma il vero mal di mare – detto sinceramente – è dato dalle riprese: strettissime inquadrature e cambi di prospettiva improvvisi, la telecamera che si muove insieme al personaggio muovendosi insieme a lui. Insomma, nausea, ma alla quale tutto sommato dopo due o tre minuti ci si abitua.
Il cast però è fantastico. Gerard Depardieu è sull'orlo dell'infarto dopo ogni inseguimento. Moussa Maaskri ha il suo sporco perché, con sto geco che gli risale la faccia. Guillaume Canet sarebbe sembrato meno stupido con un taglio di capelli migliore e un abbigliamento meno da hobbit. Ines Sastre è buttata assolutamente lì a caso, ma va bene così.
Per il resto gran film, d’effetto.

C’è da dire che se è vero che sir Arthur Conan Doyle pare si sia ispirato al personaggio di Vidocq, peraltro realmente esistito, per il suo Sherlock Holmes, è altrettanto vero che Jean Christophe Grangè si è ispirato a Doyle per la struttura della storia, da vero thrillerone, e la caratterizzazione di Vidocq. Inglese e francesi, non la smetteranno mai.