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mercoledì 7 dicembre 2011

REVENGE, IL TELEFILM NON PERDONA

Alexandre Dumas, Quentin Tarantino, un pizzico di Gossip Girl e chi più ne ha più ne metta. Il tutto ambientato negli Hampton. Auguri.


Emily Thorne, prima nota come Amanda Clarke, è bella, bionda e disposta a qualunque cosa pur di riuscire ad ottenere una spettacolare quanto crudele vendetta nei confronti di chi ha rovinato suo padre ed il loro idillio: "Lo sai quanto ti voglio bene, Amanda?" - "All'infinito?" - "Bè, all'infinito moltiplicato per infinito". A chi non verrebbero dei traumi? Al limite del complesso di Elettra.
Ecco allora la Sposa tarantiniana diventare la Figlia. L'Edmond Dantes dumasiano farsi i boccoli.

Dal pilot intuiamo che il piano della emo Amanda (appena uscita da quello che sembra un riformatorio, lo è) prende forma quando lei aveva diciotto anni: l'amato genitore morto, una fortuna in eredità, un alleato che sembra uno degli Oasis e una scatola. Le scatole non contengono mai nulla di buono ed infatti raccoglie tutte le magagne sul complotto che le ha incastrato il padre e l'identità di tutti quelli che hanno distrutto la loro vita. E chi ha rovinato la vita ad una bambina che ama le stelle marine e al suo papà con le méche? La cricca di cattivoni newyorchesi, che ruota intorno all'ape regina, Victoria Grayson.
La premessa è buona, il pilot coinvolgente. Non c'è niente di nuovo però eh: luoghi di villeggiatura come gli Hampton, fin dai tempi di Agatha Christie con "Delitto al sole", hanno avuto quel potenziale da luogo di violenza e perdizione. Per non parlare della componente Peyton Place, una piccola comunità appartata ed isolata, dove vige la monarchia assoluta della più botoxata Madeleine Stowe degli ultimi tempi.

Ma la serie ABC firmata Mike Kelley racconta un complicato ed esaltante bel piano di vendetta di quelli dai quali non ti puoi staccare perchè tanto tutti centrano con tutti. Ma qualche errore di sceneggiatura l'abbiamo fatto.
I monologhi in voice over? No. Erano bastati quelli di Grey's Anatomy a far la morale sulla vita e sulla piccolezza di noi umani, e ora arriva la Emily Thorne della situazione a ripetere nella sola puntata pilota "revenge" e "forgiveness" una quantità tale di volte che vien da dire HOCCCAPITO.
Le riprese sgranate dei momenti con il padre (e la relativa soundtrack)? No.

Ma fortuna che poi arrivano tutti quei cliché di personaggi che danno subito quella sensazione di essere a casa, come a guardare un telefilm da adolescenti: il marito infedele che frequenta biblicamente la migliore amica dell'ape regina è un affronto enorme pagato con l'ostracizzazione della povera, una giovinetta modaiola che indossa bikini da esplorazione rettale e un figlio maggiore bello e spavaldo che conquista tutti con quella mossa zoolanderiana di togliersi gli occhiali da sole, il giovane proletario che mette gli occhi sulla giovinetta modaiola di prima, l'organizzatrice di eventi ex-escort di "Il diario segreto di una squillo perbene", e un nugolo di Mean Girls.

Tutto questo appoggiato su fondali infiniti, al limite di un film in costume, insieme a questi primi piani intensi ed ammiccanti tipici di un piano di vendetta. Qui è lo spettatore che sa più dei personaggi stessi: è il tantosochemuori contro il nonsocosastasuccedendo.
E la chicca iniziale di Jack che uccide Daniel alla sua festa di fidanzamento con Emily, mentre Nolan le strizza l'occhietto è davvero un amore.
Tutto andrà per il meglio.

giovedì 24 novembre 2011

AMERICAN HORROR STORY: MAI FIDARSI DEI VICINI

«Ve ne pentirete. Ve ne pentirete. Ve ne pentirete». E il pentimento non ha tardato ad arrivare.
American Horror Story è davvero uno strepitoso mix tra i classiconi dell’horror e le vie della psiche umana. Bello ed affascinante, fa decisamente decisamente paura. Anche troppa.


Si parte dal solito cliché: due gemelli (un grazie a Shining) muoiono nella casa infestata e trent’anni dopo lì dentro ci va a vivere la famiglia con più traumi del mondo. Già brividi. E intanto si dipana la storia di questa famiglia, gli Harmon poveretti, che a quanto pare ne ha una nuova ogni giorno. Ben (psichiatra mica tanto regolare), Vivien (ex-violoncellista fissata con il bio e traumatizzata dalla vita) e la figlia Violet (una emo sociopatica), senza contare il fantasma del figlio abortito – cinismo a parte, uno ci passa anche sopra – arrivano a Los Angeles, dopo essere scappati da Boston per dimenticare il passato. Il passato si chiama Aborto e Tradimentodiquellostronzodelmaritochepersuperareiltraumadellaperditadelfigliosièscopatounasuastudentessa.
Da qui tutto diventa allucinante ed allucinato.

Il vicinato è a dir poco improbabile. Costance – quel gran pezzo di Jessica Lange – è la sciantosissima vicina di casa, non poco inquietante: ex attricetta, ha mollato tutto quando è arrivata la “mongoloide”. La suddetta è Adelaide, la figlia down di Constance, quella che ha cercato di avvertire i gemelli che per loro quel giorno sarebbe finita male («Morirete lì dentro»), e invece…
Intorno altri due o tre personaggi, ma non meno da brivido. C’è Tate, un giovane paziente di Ben, con l’ossessione del sangue, che diventerà la coscienza cattiva di Violet (che fine fa quella povera compagna di scuola), ma che ringraziamo per l’omaggio a Rick Genest. Poi salta fuori la storica governante di casa, Moira, quella che tutti vedono come una vecchia con un occhio di vetro, ma che agli occhi di Ben è una topa assurda che fa zozzerie nelle stanze vuote. Ed infine, giusto prima che il primo episodio finisca fa la sua comparsa Larry, il Due facce della situazione, rimasto sfigurato nell’incendio in cui ha ucciso la moglie e le due figlie: però le ha uccise perché glielo dicevano le voci nè.

La serie si muove bene tra l’horror (grandi citazioni di Shining e Psycho e storici cliché come il sottoscala, la casa infestata e roba varia) e lo psicologico (Ben che va sonnambulo a cercare sempre il fuoco mette ansia, soprattutto dopo che Larry caro in quella casa ha ucciso la famiglia bruciandola). In mezzo a tutto questo una vera ossessione per il corpo umano. E per il sesso, com’è giusto che sia (solo Vivien poteva trovare un fantasma pervertito che se la scopa con addosso una tuta di pelle sadomaso).

Pare ci siano tutti i presupposti perché questa serie diventi un fenomeno. Sempre se prima della fine dei tredici episodi a qualcuno non prenda un crìc dallo stremìssi. Per sicurezza, guardare qualcos’altro.


giovedì 3 novembre 2011

VIDOCQ E' SHERLOCK HOLMES

Sempre odiati i film francesi. Sempre. Sarà che sono ignorante, sarà l'accento fastidioso, sarà la puzza sotto il naso, ma l’odio è sempre stato così, naturale.
Finchè arriva un film del 2001 a far cambiare idea. Vidocq.

Prima di tutto: una trama semplice – apparentemente – che funziona sempre.
Parigi, 1830. "Vidocq è morto". E già il film comincia bene: muore il protagonista, olè. L'investigatore Vidocq muore cercando di risolvere una serie di misteriosi omicidi; il suo socio Nimier riceve la visita del biografo ufficiale di Vidocq, uno sbarbatello di nome Etiénne, deciso a risolvere il caso per vendicare l'investigatore, e scrivere l'ultimo capitolo del suo libro. E da qui comincia tutto l’ambaradan.

Pitof, alla sua prima regia, dà una buona prova di sé. Trasporta sullo schermo la novella di Jean Christophe Grangè in una maniera irresistibile. Avanti e indietro, avanti e indietro tra presente e flashback tutti i vari flashback. Ma il vero mal di mare – detto sinceramente – è dato dalle riprese: strettissime inquadrature e cambi di prospettiva improvvisi, la telecamera che si muove insieme al personaggio muovendosi insieme a lui. Insomma, nausea, ma alla quale tutto sommato dopo due o tre minuti ci si abitua.
Il cast però è fantastico. Gerard Depardieu è sull'orlo dell'infarto dopo ogni inseguimento. Moussa Maaskri ha il suo sporco perché, con sto geco che gli risale la faccia. Guillaume Canet sarebbe sembrato meno stupido con un taglio di capelli migliore e un abbigliamento meno da hobbit. Ines Sastre è buttata assolutamente lì a caso, ma va bene così.
Per il resto gran film, d’effetto.

C’è da dire che se è vero che sir Arthur Conan Doyle pare si sia ispirato al personaggio di Vidocq, peraltro realmente esistito, per il suo Sherlock Holmes, è altrettanto vero che Jean Christophe Grangè si è ispirato a Doyle per la struttura della storia, da vero thrillerone, e la caratterizzazione di Vidocq. Inglese e francesi, non la smetteranno mai.

mercoledì 5 ottobre 2011

IL DIO DELLA CARNEFICINA E' QUI


“Il mio credo è il dio del massacro”.

Questa frase basta – ed avanza – per eleggere Carnage di Roman Polanski un autentico gioiellino. Tratto dall’opera teatrale The God of Carnage di Yasmina Reza, poi coautrice della sceneggiatura, e presentato all’ultimo festival di Venezia, l’ultima fatica del maestro ha decisamente fatto breccia. Superato lo scoglio del timore reverenziale col quale ci si avvicina a registi del genere, la pellicola regala bei momenti. Di sconforto. E scoramento. Diciamo che Polanski riesce appieno nell’intento di sconvolgere. Sì, perché l’intenzione è quella: smantellare il perbenismo della middle-upper class americana, riaffermando la potenza primitiva dell’istinto barbaro.

Ma con ordine. Prima la trama. Due nanerottoli undicenni si picchiamo al parchetto, uno rompe i denti all’altro con un bastone. Penelope (Jodie Foster) e Michael Longstreet (John C. Reilly), liberali genitori della picchiato, convocano in casa loro Nancy (Kate Winslet) e Alan Cowan (Christoph Waltz), superimpegnati genitori del picchiatore, per chiarire l’accaduto. Punto. Sì, punto perché in teoria non c’è nient’altro. In pratica, è la caduta libera verso l’inevitabile schianto: si vomiteranno addosso – in più di un senso – magagne, insoddisfazioni e rospi tenuti in gola per troppo tempo.


Un poker di protagonisti, una sola location: è teatro.
Per 79 minuti non ci si riesce ad alzare dalla sedia, incollati, senza tregua. La trama da la stessa dipendenza che il guardare dalla serratura quello che fa il vicino. Spiare dà dipendenza. Perché è così, in questo film Polanski spia senza rispetto la vite di questi quattro.
Quattro, poi, mica tanto a posto. Penelope Longstreet, interpretata da un’isterica Jodie Foster, sembra uscita direttamente da una delle peggiori puntate di Sos Tata: madre-maestrina, pignola, iperprotettiva e nevrotica, sembra peggio di mia madre. Se la prende solo per le cazzate: i tulipani, la torta, cosa è in frigo e cosa no. Micheal Longstreet, bè, poverino. È l’uomo voletedelcaffè, voletedellatorta, l’uomo chivuoledelloscotch: insomma, il sottomesso che poi esplode. Nancy Cowan è una reale meraviglia: falsa, stressata e con la fissa per quel povero criceto. E poi Alan Cowan, lo stronzo per eccellenza, con Walter che chiama sempre nei momenti meno indicati e un mix di John Wayne e Ivanhoe come modello comportamentale.

Ripeto, questo film è un gioiello.


E non parlerò di The Dreamers di Bertolucci. Perché sarà che sono ignorante, però ...

martedì 20 settembre 2011

CARNIVALE, UN NUOVO AMORE

O mio dio. O mio dio. O mio dio.
Eccolo, il mio nuovo amore. Carnivale.


Ho scoperto tardissimo quest’altra perla, targata HBO: statunitense di nascita, è arrivata in Italia nel 2005, ma io me la gusto adesso. Perché l’avessi persa all’epoca? Solite storie di cattiva programmazione televisiva: trasmettere una serie così su Jimmy non mi pare sia stata una grande mossa. Ma comunque.

La serie si regge su un classico: la lotta tra bene e male. Ma il modo in cui di dipana tutta la questione non è per niente classico.
Prima di tutto dalla trama. Già la prima puntata è da mozzare il fiato, come quando un dito rimane incastrato nella portiera della macchina, più o meno. La scena si apre sulla landa desolata dell’Oklahoma del 1934, una casetta disastrata, lui – Ben – tutto zozzo, la madre in fin di vita. E già dici, ok. La madre muore, la seppellisce, si improvvisa un funerale e poi lui parte con questi del circo.
Storia parallela: un pretino di periferia con gli occhi assatanati alle prese con la sua comunità, mica tanto a posto pure loro. Una vomita monete così per così, mah.
Ma torniamo a Ben. Allora, lui si unisce al circo e lì si becca tutti i soliti fricchettoni del caso: la donna barbuta tutta ciccia e narghilè, la sensitiva secca dura nel letto, l’uomo-lucertola con un accenno di coda che gli esce dai pantaloni, le gemelle siamesi attaccate per una chiappa, il telepata cieco. Insomma, i soliti personaggi. Ma ovviamente tra tutti spicca lei, Sophie, l’indovina, quella che si capisce che tanto lui si farà: la sventurata, perché sì è una sfigata, gli fa le carte per vedere il suo passato e ne esce un quadro davvero disastroso. Che fine, quella povera gattina.
Leit-motive dell’episodio, ma penso della serie intera, il sogno che Ben continua a fare: guerra, soldati, morti, mutilati, un uomo tatuato, un campo. Tanta angoscia. Per non parlare di quando pure il prete farà lo stesso sogno. Brividi.

Complimenti sulla sigla a parte, il primo episodio è solo la prima dose di follia che Daniel Knauf offre al suo pubblico, perché tanto sa già che di questa serie non si potrà più fare a meno. Ha quel giusto friccicorìo che non ti fa smettere di guardarla, ma che ti fa venire la voglia di vedere come va avanti. Carnivale è davvero la serie più originale di questi ultimi anni. O meglio, il primo episodio lo fa sperare. Le atmosfere cupe e sinistre, la componente soprannaturali, l’introspezione della psiche, le perversioni dei personaggi. Senza dimenticare le scene cruente, violente e inquietanti (non voglio parlare di quello che la mente di quel ragazzo può partorire). Sì, sì, grandi aspettative.

Qualche chicca:


E ora mi guardo la seconda puntata.

giovedì 15 settembre 2011

MICHELETTO, IDOLO

Intrighi, tradimenti, cospirazioni. Di nuovo.
Sinceramente mi aspettavo di più dalla serie sulla dinastia più stronza del Rinascimento: “The Borgias” delude le mie aspettative.
Anche se gli elementi per assicurarne il successo sembrerebbero esserci tutti: un confusionario pastone storico – che per gli americani si chiama “passato” – gente in costume con un accento strano (l’italiano di Jeremy Irons è una chicca), una tormentata saga famigliare. E last but not the least tra tutte le dinastie piene di problemi la Showtime va a pescare proprio quella che ha scritto INCESTO grosso così in fronte. Doveva essere un successo.
Ma a parte facili e presuntuose critiche non è proprio tutto da buttare.

Per quanto riguarda i personaggi, non è da sottovalutare il fascino di Jeremy Irons: nella parte di Rodrigo Borgia si trova abbastanza a suo agio (tutto svaccato sul trono papale è davvero un tamarro), ma quei capelli a scodella, vabè. Ad ogni modo, il suo è il personaggio centrale – ovviamente – quello che tutto vuole e tutto ottiene, con ogni mezzo. Il mezzo è naturalmente Cesare, impersonato da François Arnaud uomo di non scarsa bellezza, primogenito con un sacco di disturbi nel rapporto padre-figlio, e che per non smentire la sua reputazione tromba al minuto quattro della prima puntata. Lucrezia è molto deludente: questa quattordicenne slavata e svampita, senza ancora il minimo di guizzo nell’occhio, che giusto per mettere a disagio tutti si struscia e si rotola con il fratello maggiore ad ogni occasione.
Ma vera rivelazione e personaggio che ha subito conquistato il mio cuore è Micheletto. Assassino spietato e primo fan di Cesare Borgia, il giovane fa la sua comparsa alla grande: “I have smothered infants in their bed, but only when their parents paid me”, una frase che ha da entrare nella storia. Sorvolando sul tasso di omosessualità della scena in cui Cesare lo frusta e lui non fa che gridare “Harder, my lord”, Micheletto è in assoluto la punta di diamante del cast.
Tanta emozione quanta me ne ha data il giovane assassino, solo il principino Alfonso di Napoli nell’esporre al Cardinale Della Rovere la macabra collezione di cadaveri del padre: a metà tra la blasfemia (sono dodici, come gli Apostoli, e disposti a mo’ di ultima cena, perché re Ferrante sta ancora cercando il suo Giuda) e la necrofilia (il re di Napoli è solito cenare con i suoi cari cadaveri quando si sente solo.. bah).


Comunque, c’è ancora margine per rialzare le sorti di questa serie. D’altronde gli slogan promozionali promettevano “Sex, power, murder, amen”.

Per concludere, una chicca: la prova “testes et pendentes”. Sfatiamo questa leggenda perché questo test viene ritenuto dagli storici una bufala: nessun papa appena eletto si sedeva su una sedia bucata per farsi ravanare sotto la tonaca da un povero disgraziato che doveva verificarne la mascolinità. Tant’è che questa leggenda nasce da un’altra leggenda, quella della Papessa Giovanna: infatti, la storia voleva che la Chiesa avesse introdotto il rito del ravanamento giusto per non farsi più fregare dalla prima squinzera che passa.
Ma nonostante questo, non si può dire che la scena non sia esilarante: “Go on, the suspence is killing them”. Geniale.

martedì 13 settembre 2011

CLAUDIA, NON LEGGERE

Nella stessa giornata perdere le due serie televisive che mi tengono al mondo è davvero troppo.
Dopo la notizia della morte di Spartacus (sì, perché per me non è morto Andy Whitfield, ma è morto Spartacus proprio) ieri ho visto la puntata finale della quarta stagione di True Blood, così giusto per farmi del male.

I commenti stanno a zero, semplicemente senza parole.

Un susseguirsi di eventi fuori controllo: quella puttanella senza gusto in fatto di uomini di Sookie rinnega Eric (ma anche Bill), il vichingo ritrovato che bistratta Pam (un po’ a torto e un po’ a ragione), Re Bill che di regale ha ormai solo il titolo, Jessica e Jason che non si decidono a stare insieme ma che almeno si lasciano andare a giochi sessuali di ruolo (tocco di stile la cavalcata di lei nel bosco, “vestita” da sexy cappuccetto rosso) e Lafayette che viene posseduto un giorno sì e l’altro pure. E poi tragedie a non finire.

- Mi dispiace.
- Non preoccuparti.
- Che vuoi dire con "Non preoccuparti"? Ti ho ucciso!


Ma il caro Jace Lecob, cronista di The Daily Beast e Newsweek, l’aveva detto: «La quarta stagione di True Blood fa molte cose bene. Il secondo e il terzo episodio sono sanguinosamente brillanti (e su questo sono perfettamente d’accordo) e c’è un incredibile senso di tensione, visto che un numero di nuovi misteri allettanti si presentano al pubblico. Come sempre, c’è la potenzialità per questa nuova stagione di essere imprevedibile e sexy in modo oscuro».

Non farò commenti che inficerebbero la visione delle restanti puntante a chi ancora è rimasto indietro, però… sticazzi. 

[da apprezzare la versione di Jim Oblon di Where did you sleep last night? Notevole]

lunedì 12 settembre 2011

ANDY, MORITURI TE SALUTANT


Muore Andy Whitfield e con lui la speranza di vedere una seconda stagione di Spartacus.
Dopo le grandi emozioni regalate dalla prima serie Spartacus: Blood and Sand e dal prequel Spartacus: Gods of Arena, perdo ogni speranza: Andy è morto ieri a Sidney, stroncato dal cancro contro cui lottava da mesi.

Gli era stato diagnosticato lo scorso anno un linfoma non-Hodgkin, che già lo aveva costretto ad abbandonare il ruolo nella serie e dopo diciotto mesi di dura lotta, Spartacus ci lascia alla tenera età di 39 anni.
Mai diventato famoso per nient'altro (credo), la sua carriera si sarebbe snodata intorno ad un numero sconvolgente di ruoli: avrebbe reinterpretato BenHur, avrebbe dato nuova vita a Massimo Decimo Meridio, ci avrebbe fatto sognare nei panni di Giulio Cesare. E invece, la sua carriera finisce qui.

Scendono le lacrime a leggere quel che dichiarano la moglie e il presidente della Starz. "In una bella mattina di sole, a Sidney, circondato dalla sua famiglia, tra le mie braccia, il nostro bello e giovane guerriero ha perso i suoi diciotto mesi di battaglia contro il linfoma", dice la moglie Vashti. Chris Albrecht, presidente e ceo della Starz, società produttrice di Spartacus si è detto profondamente rammaricato: "Siamo stati fortunati ad aver lavorato con Andy nella serie. L'uomo che ha rappresentato un campione sullo schermo è stato un campione anche nella vita. Andy è stato onte di ispirazione per tutti noi per come ha affrontato questa battaglia molto personale, con coraggio, forza e grazia".

E quale modo migliore per colmare questo grande vuoto delle nostre anime telefilm-addicted se non ricordare la meravigliosa serie di cui è stato degno e fiero protagonista.
Sin dal primo episodio si intuisce subito la volontà di ottenere il massimo effetto hollywoodiano (nel senso più megalomane del termine) dalla trama e dagli effetti speciali. La prima puntata non sembrerebbe offrire niente di nuovo al fronte occidentale: un prode guerriero trace (di cui non si saprà mai il nome, se non quello da cui viene insignito dai Romani) è costretto a disobbedire agli ordine del cazzone romano di turno, il legato Gaio Claudio Glabro, per salvare la moglie Sura dall’attacco di una tribù nemica. Poi, le solite cose: lui fa lo spaccone con i romani, è costretto a scappare, tornando vede il suo villaggio andare a fuoco, lui e lei che si appartano chissà dove a fare sesso in tenda e poi i Romani che arrivano a prenderli. Separato dalla moglie e condannato all’arena, il Trace portato a Capua riesce ad entrare nella scuola di Batiato, prima come schiavo e poi come gladiatore: scende a patti col dominus per aver salva la vita della moglie, che intanto è chissà dove, e da qui si snoda tutto l'ambaradan.

Questa la prima puntata: l’archetipico eroe virile in cerca di giusta vendetta contro uno schifoso traditore. Assolutamente nulla di nuovo sotto il sole.
Ma poi arrivano l’arena e il sesso e gli effetti speciali. Impossibile non perdere la testa. Per l’appunto sono solo sangue e sabbia.

Tralasciando commenti inutili, questa serie ha regalato davvero emozioni.
E a queste "emozioni" si potrebbe dare una quantità considerevole di nomi: "addominali scolpiti che spuntano a destra e a sinistra", "gladiatori sempre in mutande che lasciano intravedere glutei (e ben altro) considerevoli", "schiave lascive sempre pronte a spogliarsi". Insomma, tutta questione di gusti.

La perdita del caro Andy lascia un vuoto, incolmabile. O forse no.
Tutto dipenderà da chi prenderanno come sostituto nella prossima serie.