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giovedì 24 novembre 2011

AMERICAN HORROR STORY: MAI FIDARSI DEI VICINI

«Ve ne pentirete. Ve ne pentirete. Ve ne pentirete». E il pentimento non ha tardato ad arrivare.
American Horror Story è davvero uno strepitoso mix tra i classiconi dell’horror e le vie della psiche umana. Bello ed affascinante, fa decisamente decisamente paura. Anche troppa.


Si parte dal solito cliché: due gemelli (un grazie a Shining) muoiono nella casa infestata e trent’anni dopo lì dentro ci va a vivere la famiglia con più traumi del mondo. Già brividi. E intanto si dipana la storia di questa famiglia, gli Harmon poveretti, che a quanto pare ne ha una nuova ogni giorno. Ben (psichiatra mica tanto regolare), Vivien (ex-violoncellista fissata con il bio e traumatizzata dalla vita) e la figlia Violet (una emo sociopatica), senza contare il fantasma del figlio abortito – cinismo a parte, uno ci passa anche sopra – arrivano a Los Angeles, dopo essere scappati da Boston per dimenticare il passato. Il passato si chiama Aborto e Tradimentodiquellostronzodelmaritochepersuperareiltraumadellaperditadelfigliosièscopatounasuastudentessa.
Da qui tutto diventa allucinante ed allucinato.

Il vicinato è a dir poco improbabile. Costance – quel gran pezzo di Jessica Lange – è la sciantosissima vicina di casa, non poco inquietante: ex attricetta, ha mollato tutto quando è arrivata la “mongoloide”. La suddetta è Adelaide, la figlia down di Constance, quella che ha cercato di avvertire i gemelli che per loro quel giorno sarebbe finita male («Morirete lì dentro»), e invece…
Intorno altri due o tre personaggi, ma non meno da brivido. C’è Tate, un giovane paziente di Ben, con l’ossessione del sangue, che diventerà la coscienza cattiva di Violet (che fine fa quella povera compagna di scuola), ma che ringraziamo per l’omaggio a Rick Genest. Poi salta fuori la storica governante di casa, Moira, quella che tutti vedono come una vecchia con un occhio di vetro, ma che agli occhi di Ben è una topa assurda che fa zozzerie nelle stanze vuote. Ed infine, giusto prima che il primo episodio finisca fa la sua comparsa Larry, il Due facce della situazione, rimasto sfigurato nell’incendio in cui ha ucciso la moglie e le due figlie: però le ha uccise perché glielo dicevano le voci nè.

La serie si muove bene tra l’horror (grandi citazioni di Shining e Psycho e storici cliché come il sottoscala, la casa infestata e roba varia) e lo psicologico (Ben che va sonnambulo a cercare sempre il fuoco mette ansia, soprattutto dopo che Larry caro in quella casa ha ucciso la famiglia bruciandola). In mezzo a tutto questo una vera ossessione per il corpo umano. E per il sesso, com’è giusto che sia (solo Vivien poteva trovare un fantasma pervertito che se la scopa con addosso una tuta di pelle sadomaso).

Pare ci siano tutti i presupposti perché questa serie diventi un fenomeno. Sempre se prima della fine dei tredici episodi a qualcuno non prenda un crìc dallo stremìssi. Per sicurezza, guardare qualcos’altro.


giovedì 15 settembre 2011

MICHELETTO, IDOLO

Intrighi, tradimenti, cospirazioni. Di nuovo.
Sinceramente mi aspettavo di più dalla serie sulla dinastia più stronza del Rinascimento: “The Borgias” delude le mie aspettative.
Anche se gli elementi per assicurarne il successo sembrerebbero esserci tutti: un confusionario pastone storico – che per gli americani si chiama “passato” – gente in costume con un accento strano (l’italiano di Jeremy Irons è una chicca), una tormentata saga famigliare. E last but not the least tra tutte le dinastie piene di problemi la Showtime va a pescare proprio quella che ha scritto INCESTO grosso così in fronte. Doveva essere un successo.
Ma a parte facili e presuntuose critiche non è proprio tutto da buttare.

Per quanto riguarda i personaggi, non è da sottovalutare il fascino di Jeremy Irons: nella parte di Rodrigo Borgia si trova abbastanza a suo agio (tutto svaccato sul trono papale è davvero un tamarro), ma quei capelli a scodella, vabè. Ad ogni modo, il suo è il personaggio centrale – ovviamente – quello che tutto vuole e tutto ottiene, con ogni mezzo. Il mezzo è naturalmente Cesare, impersonato da François Arnaud uomo di non scarsa bellezza, primogenito con un sacco di disturbi nel rapporto padre-figlio, e che per non smentire la sua reputazione tromba al minuto quattro della prima puntata. Lucrezia è molto deludente: questa quattordicenne slavata e svampita, senza ancora il minimo di guizzo nell’occhio, che giusto per mettere a disagio tutti si struscia e si rotola con il fratello maggiore ad ogni occasione.
Ma vera rivelazione e personaggio che ha subito conquistato il mio cuore è Micheletto. Assassino spietato e primo fan di Cesare Borgia, il giovane fa la sua comparsa alla grande: “I have smothered infants in their bed, but only when their parents paid me”, una frase che ha da entrare nella storia. Sorvolando sul tasso di omosessualità della scena in cui Cesare lo frusta e lui non fa che gridare “Harder, my lord”, Micheletto è in assoluto la punta di diamante del cast.
Tanta emozione quanta me ne ha data il giovane assassino, solo il principino Alfonso di Napoli nell’esporre al Cardinale Della Rovere la macabra collezione di cadaveri del padre: a metà tra la blasfemia (sono dodici, come gli Apostoli, e disposti a mo’ di ultima cena, perché re Ferrante sta ancora cercando il suo Giuda) e la necrofilia (il re di Napoli è solito cenare con i suoi cari cadaveri quando si sente solo.. bah).


Comunque, c’è ancora margine per rialzare le sorti di questa serie. D’altronde gli slogan promozionali promettevano “Sex, power, murder, amen”.

Per concludere, una chicca: la prova “testes et pendentes”. Sfatiamo questa leggenda perché questo test viene ritenuto dagli storici una bufala: nessun papa appena eletto si sedeva su una sedia bucata per farsi ravanare sotto la tonaca da un povero disgraziato che doveva verificarne la mascolinità. Tant’è che questa leggenda nasce da un’altra leggenda, quella della Papessa Giovanna: infatti, la storia voleva che la Chiesa avesse introdotto il rito del ravanamento giusto per non farsi più fregare dalla prima squinzera che passa.
Ma nonostante questo, non si può dire che la scena non sia esilarante: “Go on, the suspence is killing them”. Geniale.

martedì 13 settembre 2011

CLAUDIA, NON LEGGERE

Nella stessa giornata perdere le due serie televisive che mi tengono al mondo è davvero troppo.
Dopo la notizia della morte di Spartacus (sì, perché per me non è morto Andy Whitfield, ma è morto Spartacus proprio) ieri ho visto la puntata finale della quarta stagione di True Blood, così giusto per farmi del male.

I commenti stanno a zero, semplicemente senza parole.

Un susseguirsi di eventi fuori controllo: quella puttanella senza gusto in fatto di uomini di Sookie rinnega Eric (ma anche Bill), il vichingo ritrovato che bistratta Pam (un po’ a torto e un po’ a ragione), Re Bill che di regale ha ormai solo il titolo, Jessica e Jason che non si decidono a stare insieme ma che almeno si lasciano andare a giochi sessuali di ruolo (tocco di stile la cavalcata di lei nel bosco, “vestita” da sexy cappuccetto rosso) e Lafayette che viene posseduto un giorno sì e l’altro pure. E poi tragedie a non finire.

- Mi dispiace.
- Non preoccuparti.
- Che vuoi dire con "Non preoccuparti"? Ti ho ucciso!


Ma il caro Jace Lecob, cronista di The Daily Beast e Newsweek, l’aveva detto: «La quarta stagione di True Blood fa molte cose bene. Il secondo e il terzo episodio sono sanguinosamente brillanti (e su questo sono perfettamente d’accordo) e c’è un incredibile senso di tensione, visto che un numero di nuovi misteri allettanti si presentano al pubblico. Come sempre, c’è la potenzialità per questa nuova stagione di essere imprevedibile e sexy in modo oscuro».

Non farò commenti che inficerebbero la visione delle restanti puntante a chi ancora è rimasto indietro, però… sticazzi. 

[da apprezzare la versione di Jim Oblon di Where did you sleep last night? Notevole]

lunedì 12 settembre 2011

ANDY, MORITURI TE SALUTANT


Muore Andy Whitfield e con lui la speranza di vedere una seconda stagione di Spartacus.
Dopo le grandi emozioni regalate dalla prima serie Spartacus: Blood and Sand e dal prequel Spartacus: Gods of Arena, perdo ogni speranza: Andy è morto ieri a Sidney, stroncato dal cancro contro cui lottava da mesi.

Gli era stato diagnosticato lo scorso anno un linfoma non-Hodgkin, che già lo aveva costretto ad abbandonare il ruolo nella serie e dopo diciotto mesi di dura lotta, Spartacus ci lascia alla tenera età di 39 anni.
Mai diventato famoso per nient'altro (credo), la sua carriera si sarebbe snodata intorno ad un numero sconvolgente di ruoli: avrebbe reinterpretato BenHur, avrebbe dato nuova vita a Massimo Decimo Meridio, ci avrebbe fatto sognare nei panni di Giulio Cesare. E invece, la sua carriera finisce qui.

Scendono le lacrime a leggere quel che dichiarano la moglie e il presidente della Starz. "In una bella mattina di sole, a Sidney, circondato dalla sua famiglia, tra le mie braccia, il nostro bello e giovane guerriero ha perso i suoi diciotto mesi di battaglia contro il linfoma", dice la moglie Vashti. Chris Albrecht, presidente e ceo della Starz, società produttrice di Spartacus si è detto profondamente rammaricato: "Siamo stati fortunati ad aver lavorato con Andy nella serie. L'uomo che ha rappresentato un campione sullo schermo è stato un campione anche nella vita. Andy è stato onte di ispirazione per tutti noi per come ha affrontato questa battaglia molto personale, con coraggio, forza e grazia".

E quale modo migliore per colmare questo grande vuoto delle nostre anime telefilm-addicted se non ricordare la meravigliosa serie di cui è stato degno e fiero protagonista.
Sin dal primo episodio si intuisce subito la volontà di ottenere il massimo effetto hollywoodiano (nel senso più megalomane del termine) dalla trama e dagli effetti speciali. La prima puntata non sembrerebbe offrire niente di nuovo al fronte occidentale: un prode guerriero trace (di cui non si saprà mai il nome, se non quello da cui viene insignito dai Romani) è costretto a disobbedire agli ordine del cazzone romano di turno, il legato Gaio Claudio Glabro, per salvare la moglie Sura dall’attacco di una tribù nemica. Poi, le solite cose: lui fa lo spaccone con i romani, è costretto a scappare, tornando vede il suo villaggio andare a fuoco, lui e lei che si appartano chissà dove a fare sesso in tenda e poi i Romani che arrivano a prenderli. Separato dalla moglie e condannato all’arena, il Trace portato a Capua riesce ad entrare nella scuola di Batiato, prima come schiavo e poi come gladiatore: scende a patti col dominus per aver salva la vita della moglie, che intanto è chissà dove, e da qui si snoda tutto l'ambaradan.

Questa la prima puntata: l’archetipico eroe virile in cerca di giusta vendetta contro uno schifoso traditore. Assolutamente nulla di nuovo sotto il sole.
Ma poi arrivano l’arena e il sesso e gli effetti speciali. Impossibile non perdere la testa. Per l’appunto sono solo sangue e sabbia.

Tralasciando commenti inutili, questa serie ha regalato davvero emozioni.
E a queste "emozioni" si potrebbe dare una quantità considerevole di nomi: "addominali scolpiti che spuntano a destra e a sinistra", "gladiatori sempre in mutande che lasciano intravedere glutei (e ben altro) considerevoli", "schiave lascive sempre pronte a spogliarsi". Insomma, tutta questione di gusti.

La perdita del caro Andy lascia un vuoto, incolmabile. O forse no.
Tutto dipenderà da chi prenderanno come sostituto nella prossima serie.