mercoledì 5 ottobre 2011

IL DIO DELLA CARNEFICINA E' QUI


“Il mio credo è il dio del massacro”.

Questa frase basta – ed avanza – per eleggere Carnage di Roman Polanski un autentico gioiellino. Tratto dall’opera teatrale The God of Carnage di Yasmina Reza, poi coautrice della sceneggiatura, e presentato all’ultimo festival di Venezia, l’ultima fatica del maestro ha decisamente fatto breccia. Superato lo scoglio del timore reverenziale col quale ci si avvicina a registi del genere, la pellicola regala bei momenti. Di sconforto. E scoramento. Diciamo che Polanski riesce appieno nell’intento di sconvolgere. Sì, perché l’intenzione è quella: smantellare il perbenismo della middle-upper class americana, riaffermando la potenza primitiva dell’istinto barbaro.

Ma con ordine. Prima la trama. Due nanerottoli undicenni si picchiamo al parchetto, uno rompe i denti all’altro con un bastone. Penelope (Jodie Foster) e Michael Longstreet (John C. Reilly), liberali genitori della picchiato, convocano in casa loro Nancy (Kate Winslet) e Alan Cowan (Christoph Waltz), superimpegnati genitori del picchiatore, per chiarire l’accaduto. Punto. Sì, punto perché in teoria non c’è nient’altro. In pratica, è la caduta libera verso l’inevitabile schianto: si vomiteranno addosso – in più di un senso – magagne, insoddisfazioni e rospi tenuti in gola per troppo tempo.


Un poker di protagonisti, una sola location: è teatro.
Per 79 minuti non ci si riesce ad alzare dalla sedia, incollati, senza tregua. La trama da la stessa dipendenza che il guardare dalla serratura quello che fa il vicino. Spiare dà dipendenza. Perché è così, in questo film Polanski spia senza rispetto la vite di questi quattro.
Quattro, poi, mica tanto a posto. Penelope Longstreet, interpretata da un’isterica Jodie Foster, sembra uscita direttamente da una delle peggiori puntate di Sos Tata: madre-maestrina, pignola, iperprotettiva e nevrotica, sembra peggio di mia madre. Se la prende solo per le cazzate: i tulipani, la torta, cosa è in frigo e cosa no. Micheal Longstreet, bè, poverino. È l’uomo voletedelcaffè, voletedellatorta, l’uomo chivuoledelloscotch: insomma, il sottomesso che poi esplode. Nancy Cowan è una reale meraviglia: falsa, stressata e con la fissa per quel povero criceto. E poi Alan Cowan, lo stronzo per eccellenza, con Walter che chiama sempre nei momenti meno indicati e un mix di John Wayne e Ivanhoe come modello comportamentale.

Ripeto, questo film è un gioiello.


E non parlerò di The Dreamers di Bertolucci. Perché sarà che sono ignorante, però ...

martedì 4 ottobre 2011

IL LEGO NON MORIRA' MAI

Bel voto uguale Lego. Niente capricci uguale Lego. Natale uguale Lego. 
Queste le equazioni che hanno caratterizzato le vite della maggior parte dai bambini. Ma a questo punto vien da dire, non solo. Già perché non sempre sono i bambini a perdere la testa per quei versatili mattoncini, ma anche i grandi. O meglio, diciamo che c’è chi non ha mai superato la fase del distacco emotivo da quel gioco (che gioco non è, per chi è cresciuto negli anni Novanta, ma piuttosto una fondamentale tappa di vita in cui tutti si decide che da grandi si farà l’ingegnere).
Negli ultimi dieci anni un’intera generazione di giovani artisti piuttosto originali si è lasciata ispirare dalla storica azienda danese di mattoncini.

C’è Sean Kenney la cui specialità sono le riproduzioni dei palazzoni della Grande Mela, oltre al classico World Trade Center e all’Empire State Building, anche il caotico Greenwich Village. C’è Henry Lim con il suo stegosauro a grandezza naturale: una chicca. Ci sono Andrew Lipson e Daniel Shiu, famosi per aver realizzato con i Lego le architetture impossibili di Escher. C’è Spite Your Face, società di animazione londinese che realizza video e dvd, soprattutto per il web, che con la tecnica dello stop-motion ha messo su divertenti parodie di grandi film.

Ma di matti ne è pieno il mondo. Negli Stati Uniti – e dove se no? – c’è il Reverendo Brendan Powell Smith che si è messo in testa di ricreare gli episodi della Bibbia attraverso una serie di set Lego. No comment.

Ed infine, il mio preferito: Nathan Sawayasi.